News Scritto il 26/09/2026
La fatica del pensare.
Perché la fatica di pensare è l'ultimo gesto di resistenza umana.
In questi giorni mi fermo a guardare un po’ più a lungo il presente. Sento, ascolto, guardo. Percepisco cambiamenti che forse fino a qualche anno fa non avrei nemmeno saputo nominare.Quando penso all’evoluzione della tecnologia mi torna in mente una cosa. Ogni volta che abbiamo delegato un gesto a una macchina, in qualche modo abbiamo guadagnato qualcosa, ma forse abbiamo anche lasciato per strada un piccolo pezzo di noi.
La lavatrice, per esempio, ci ha tolto la fatica di lavare i panni a mano. E va bene così. Nessuno credo rimpianga, quando un tempo le persone passavano ore al lavatoio o al fiume. La tecnologia, in questo caso, ci ha liberati da una fatica che non aveva necessariamente bisogno di essere vissuta.
Poi è arrivato il navigatore.Ci ha tolto lo smarrimento, la necessità di fermarci a chiedere una strada, di osservare un cartello, una montagna, un ponte. Mi chiedo però se, insieme allo smarrimento, non ci abbia tolto anche qualcosa del nostro modo di guardare il mondo. Io ricordo quando per andare da qualche parte dovevo imparare la strada,saper leggere una cartina, sbagliare, tornare indietro, riconoscere un paese da un campanile o da una curva. Oggi posso arrivare quasi ovunque senza sapere veramente dove sono, non è necessariamente un male, lo so, ma comunque è una perdita.
E con l’intelligenza artificiale il discorso, almeno per me, diventa ancora più delicato.
Perché non le stiamo chiedendo soltanto di lavare i nostri panni o di indicarci la strada più breve.Le stiamo chiedendo qualcosa di molto più vicino a noi. Le chiediamo di scrivere, di disegnare, di trovare idee, di riassumere, di spiegare, d iscegliere persino le parole con cui esprimere quello che proviamo.
Le stiamo chiedendo di risparmiarci una delle fatiche più grandi e, forse, più belle che abbiamo: quella di pensare. E qui,credetemi, io ho paura e comincio ad avere seri dubbi.
Perché chi vive di arte o semplicemente di pensiero sa che un’idea non nasce quasi mai quando tutto funziona perfettamente. Nasce spesso dal contrario. Nasce dall’errore, dalla noia, dalla frustrazione, da una giornata storta in cui non viene fuori niente di buono, dalle ore passate dentro un letto senza prendere sonno, davanti a una tela bianca chiedendosi perché non si riesca a cominciare. A volte nasce perfino dal fallimento.
Io questa cosa la conosco bene. Quando lavoro su una tela non so sempre dove sto andando. La materia mi costringe a cambiare direzione. Un taglio viene diverso da come lo avevo immaginato, il plexiglass oppone una resistenza, una sovrapposizione di colore non funziona, un frammento finisce nel posto sbagliato. E proprio quel posto sbagliato, qualche volta, diventa il posto giusto.
È lì che succede qualcosa. Non perché io abbia calcolato tutto prima, ma perché sono stato costretto a reagire. Forse è proprio questa una delle cose che rischiamo di perdere. Non il risultato, ma il percorso che ci porta al risultato.
Un software può produrre in pochi secondi qualcosa che sembra finito, elegante, persino emozionante. Ma se quel risultato mi evita tutte le ore in cui avrei dovuto cercare, sbagliare,ricominciare, perfino soffrire, cosa rimane davvero dell’esperienza?
E soprattutto: dopo averlo fatto cento volte, mille volte, saremo ancora capaci di farlo da soli? Non loso. È questo il punto che mi interessa. Non sono così sicuro di avere una risposta.
Forse sto esagerando. Forse ogni generazione ha avuto la paura che la tecnologia successiva avrebbe reso l’uomo più pigro, meno capace, meno umano. È successo con molte invenzioni e probabilmente succederà ancora. Anche la fotografia, a suo tempo, cambiò radicalmente il modo di vedere e fare arte. Eppure la pittura non è scomparsa.
Quindi forse anche questa volta troveremo un equilibrio. Ma c’è una differenza che non riesco a ignorare.La macchina fotografica non dipingeva al posto dell’artista. Il navigatore non decideva quale strada avremmo voluto percorrere nella nostra vita.L’intelligenza artificiale invece entra molto più vicino al processo mentale.Può suggerire una frase prima ancora che io abbia trovato le parole. Può proporre un’immagine prima che io abbia fatto lo sforzo di immaginarla. Può correggere un testo prima che io abbia capito dove stavo sbagliando.
Ed è proprio qui che comincio a preoccuparmi. Non perché penso che le macchine diventeranno come gli uomini. Forse il pericolo è esattamente il contrario. Che saremo noi, lentamente, a diventare un po’ più simili alle macchine. Che ci abitueremo alla risposta immediata,alla frase già pronta, all’immagine già costruita, all’idea che arriva senza attraversare il dubbio. Che perderemo la pazienza necessaria per stare davanti a una cosa che non capiamo ancora. E forse è proprio il dubbio una delle ultime cose che dovremmo difendere. Perché nel dubbio c’è uno spazio. E dentro quello spazio può succedere qualcosa che non avevamo previsto.
Un pensiero. Un’immagine. Un errore. Un’idea.
Tuttavia, non credo che la soluzione sia rifiutare la tecnologia. Sarebbe troppo facile, e anche un po’ipocrita. La tecnologia fa parte del nostro tempo e continuerà a farne parte.Anch’io la uso.
Forse dobbiamo soltanto imparare a distinguere tra una macchina che ci aiuta a pensare e una macchina alla quale consegniamo il compito di pensare al posto nostro. La differenza sembra piccola, ma non lo è. Una ci restituisce tempo. L’altra rischia di portarci via il pensiero.
E allora penso che oggi creare, scrivere, disegnare, dipingere, anche quando lo facciamo male, anche quando nessuno ci guarda e nessuno ci applaude, abbia un significato diverso da quello che aveva prima. Forse è diventato un piccolo atto di resistenza.
Non voglio fermare il futuro ma vorrei che restasse qualcosa di umano.
Non nella risposta che arriva subito. Ma nella domanda che siamo ancora disposti a tenerci dentro.
E poi permettetemi a qualsiasi notifica di uno smartphone, pc o tablet, preferisco il battito del cuore e il ritmo del respiro.
Joseph Zicchinella