LA FATICA DEL PENSARE
Perché la fatica di pensare è l'ultimo gesto di resistenza umana.
In questi giorni mi fermo aguardare un po’ più a lungo il presente. Sento, ascolto, guardo. Percepiscocambiamenti che forse fino a qualche anno fa non avrei nemmeno saputo nominare.Quando penso all’evoluzione della tecnologia mi torna in mente una cosa. Ognivolta che abbiamo delegato un gesto a una macchina, in qualche modo abbiamoguadagnato qualcosa, ma forse abbiamo anche lasciato per strada un piccolopezzo di noi.
La lavatrice, per esempio, ciha tolto la fatica di lavare i panni a mano. E va bene così. Nessuno credorimpianga, quando un tempo le persone passavano ore al lavatoio o al fiume. Latecnologia, in questo caso, ci ha liberati da una fatica che non avevanecessariamente bisogno di essere vissuta.
Poi è arrivato il navigatore.Ci ha tolto lo smarrimento, la necessità di fermarci a chiedere una strada, diosservare un cartello, una montagna, un ponte. Mi chiedo però se, insieme allosmarrimento, non ci abbia tolto anche qualcosa del nostro modo di guardare ilmondo. Io ricordo quando per andare da qualche parte dovevo imparare la strada,saper leggere una cartina, sbagliare, tornare indietro, riconoscere un paese daun campanile o da una curva. Oggi posso arrivare quasi ovunque senza sapereveramente dove sono, non è necessariamente un male, lo so, ma comunque è unaperdita.
E con l’intelligenzaartificiale il discorso, almeno per me, diventa ancora più delicato.
Perché non le stiamochiedendo soltanto di lavare i nostri panni o di indicarci la strada più breve.Le stiamo chiedendo qualcosa di molto più vicino a noi. Le chiediamo discrivere, di disegnare, di trovare idee, di riassumere, di spiegare, discegliere persino le parole con cui esprimere quello che proviamo.
Le stiamo chiedendo di risparmiarci una dellefatiche più grandi e, forse, più belle che abbiamo: quella di pensare. E qui,credetemi, io ho paura e comincio ad avere seri dubbi.
Perché chi vive di arte osemplicemente di pensiero sa che un’idea non nasce quasi mai quando tuttofunziona perfettamente. Nasce spesso dal contrario. Nasce dall’errore, dallanoia, dalla frustrazione, da una giornata storta in cui non viene fuori nientedi buono, dalle ore passate dentro un letto senza prendere sonno, davanti a unatela bianca chiedendosi perché non si riesca a cominciare. A volte nasceperfino dal fallimento.
Io questa cosa la conoscobene. Quando lavoro su una tela non so sempre dove sto andando. La materia micostringe a cambiare direzione. Un taglio viene diverso da come lo avevoimmaginato, il plexiglass oppone una resistenza, una sovrapposizione di colore nonfunziona, un frammento finisce nel posto sbagliato. E proprio quel postosbagliato, qualche volta, diventa il posto giusto.
È lì che succede qualcosa. Nonperché io abbia calcolato tutto prima, ma perché sono stato costretto areagire. Forse è proprio questa una delle cose che rischiamo di perdere. Non ilrisultato, ma il percorso che ci porta al risultato.
Un software può produrre inpochi secondi qualcosa che sembra finito, elegante, persino emozionante. Ma sequel risultato mi evita tutte le ore in cui avrei dovuto cercare, sbagliare,ricominciare, perfino soffrire, cosa rimane davvero dell’esperienza?
E soprattutto: dopo averlofatto cento volte, mille volte, saremo ancora capaci di farlo da soli? Non loso. È questo il punto che mi interessa. Non sono così sicuro di avere unarisposta.
Forse sto esagerando. Forseogni generazione ha avuto la paura che la tecnologia successiva avrebbe resol’uomo più pigro, meno capace, meno umano. È successo con molte invenzioni eprobabilmente succederà ancora. Anche la fotografia, a suo tempo, cambiòradicalmente il modo di vedere e fare arte. Eppure la pittura non è scomparsa.
Quindi forse anche questavolta troveremo un equilibrio. Ma c’è una differenza che non riesco a ignorare.La macchina fotografica non dipingeva al posto dell’artista. Il navigatore nondecideva quale strada avremmo voluto percorrere nella nostra vita.L’intelligenza artificiale invece entra molto più vicino al processo mentale.Può suggerire una frase prima ancora che io abbia trovato le parole. Puòproporre un’immagine prima che io abbia fatto lo sforzo di immaginarla. Puòcorreggere un testo prima che io abbia capito dove stavo sbagliando.
Ed è proprio qui che comincioa preoccuparmi. Non perché penso che le macchine diventeranno come gli uomini. Forseil pericolo è esattamente il contrario. Che saremo noi, lentamente, a diventareun po’ più simili alle macchine. Che ci abitueremo alla risposta immediata,alla frase già pronta, all’immagine già costruita, all’idea che arriva senzaattraversare il dubbio. Che perderemo la pazienza necessaria per stare davantia una cosa che non capiamo ancora. E forse è proprio il dubbio una delle ultimecose che dovremmo difendere. Perché nel dubbio c’è uno spazio. E dentro quellospazio può succedere qualcosa che non avevamo previsto.
Un pensiero. Un’immagine. Unerrore. Un’idea.
Tuttavia, non credo che lasoluzione sia rifiutare la tecnologia. Sarebbe troppo facile, e anche un po’ipocrita. La tecnologia fa parte del nostro tempo e continuerà a farne parte.Anch’io la uso.
Forse dobbiamo soltantoimparare a distinguere tra una macchina che ci aiuta a pensare e una macchinaalla quale consegniamo il compito di pensare al posto nostro. La differenzasembra piccola, ma non lo è. Una ci restituisce tempo. L’altra rischia diportarci via il pensiero.
E allora penso che oggicreare, scrivere, disegnare, dipingere, anche quando lo facciamo male, anchequando nessuno ci guarda e nessuno ci applaude, abbia un significato diverso daquello che aveva prima. Forse è diventato un piccolo atto di resistenza.
Non voglio fermare il futuroma vorrei che restasse qualcosa di umano.
Non nella risposta che arrivasubito. Ma nella domanda che siamo ancora disposti a tenerci dentro.
E poi permettetemi aqualsiasi notifica di uno smartphone, pc o tablet, preferisco il battito delcuore e il ritmo del respiro.
Joseph Zicchinella. (Capitolo tratto da: LaMacchia- Lo sguardo e la forma)
Hai bisogno di informazioni?
Vuoi chiedere maggiori informazioni? Lasciami un messaggio, risponderò al più presto